C’è un motivo se i complementari sono il punto in cui quasi tutti “fanno casino”.
Non perché siano complicati.
È perché vengono usati tutti nello stesso modo, indipendentemente da:
La logica è quasi sempre questa:
“È un complementare, quindi posso spingere.”
Il problema è che un complementare non è un esercizio jolly.
È un esercizio con un ruolo preciso.
E se non sai che ruolo deve avere,
finisci per usarlo a caso.
Molti pensano che il problema sia:
In realtà il problema è più semplice (e più scomodo):
Così:
Senza entrare nella tecnica,
i complementari possono avere tre ruoli principali.
Se li confondi, confondi tutta la scheda.
Sono quelli che servono a:
Qui l’errore tipico è doppio:
Servono a:
Non sono lì per stancarti.
Sono lì per sistemare qualcosa.
Errore tipico:
usarli come se fossero esercizi da pompaggio, senza una vera priorità.
Sono quelli che:
Il loro valore non è nella fatica che senti,
ma in quello che ti permettono di fare meglio dopo.
Errore tipico:
tenerli troppo a lungo per abitudine, anche quando non stanno più dando nulla.
Lo stesso esercizio può essere:
Quando scegli (o tieni) un complementare, la domanda non è:
“È un buon esercizio?”
Ma:
“Che lavoro deve fare adesso?”
Se non sai rispondere in modo chiaro,
non stai scegliendo: stai solo aggiungendo.
I complementari funzionano davvero solo quando hanno:
Senza questa mappa,
anche esercizi sensati
finiscono per lavorare uno contro l’altro.
Nel prossimo contenuto vedremo perché,
quando mescoli ruoli diversi senza una priorità,
la programmazione inizia a sabotarsi da sola.